SULLA RIFORMA COSTITUZIONALE (Avv. G. Brandi)

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Pur non volendo cedere a facili valutazioni settarie, non può negarsi che la riforma della Costituzione voluta dal Governo Renzi (Disegno di Legge 12.04.16, pubblicato su G.U. 88 del 15.04.16), si presta ad una lettura ultra-governativa, nella parte in cui rafforza – anche in via mediata – il ruolo del Governo.

Sul punto, si osserva che in virtù del comma 7, dell’articolo 72 Cost., così come riformato dall’art. 12 del richiamato disegno di legge costituzionale, il Governo viene dotato di un ulteriore strumento per indurre le Camere a discutere in tempi brevi un disegno di legge ritenuto particolarmente importante: “(…) il Governo può chiedere alla Camera dei Deputati di deliberare, entro cinque giorni dalla richiesta, che un disegno di legge indicato come essenziale (…) sia iscritto con priorità all’ordine del giorno (…)”.

Pertanto, quando il Governo definirà un ddl “essenziale” per l’attuazione del suo programma, la Camera avrà cinque giorni di tempo per iscriverlo all’ordine del giorno e poi altri 70, prorogabili di altri 15, per metterlo ai voti.

Una volta approvato, il Senato avrà dieci giorni per chiedere di poter esaminare il ddl e, quindi, 20 giorni per esaminarlo e chiedere eventuali modifiche che la Camera potrà respingere con un altro voto.

Oltre a ciò, il Governo sarà indirettamente rafforzato dalla riforma in oggetto, perché avrà bisogno di ricevere la fiducia soltanto da una Camera.

Intatti, ai sensi del comma 4 dell’art. 55 Cost., così come riformato dall’art. 1 del disegno di legge costituzionale: “La Camera dei deputati è titolare del rapporto di fiducia con il Governo…”, ed ancora: “La fiducia è accordata o revocata (dalla Camera dei Deputati)” (comma 2, art. 94 Cost. riformato).

Ed allora, consapevole dell’importanza della “storia” e della “memoria” quali parti integranti della nostra identità, collettiva e individuale, colgo occasione e spunto per ricordare la c.d. “teoria dei tre poteri” (legislativo, esecutivo e giudiziario), teorizzata compiutamente dal francese Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu, nell’opera “Lo spirito delle leggi”, pubblicata nel 1748, sebbene i primi esempi di essa si trovano già nel mondo antico: Aristotele, nella Politica (IV sec. a.C.), distingueva l’attività deliberativa, esecutiva e giudiziaria della polis.

Montesquieu, nella convinzione che “il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”, a tutela della libertà dei cittadini, riteneva opportuno non concentrare i poteri né nella stessa persona, né tantomeno nello stesso gruppo di individui: “Quando nella stessa persona o nello stesso corpo di magistratura il potere legislativo è unito al potere esecutivo, non vi è libertà, poiché si può temere che lo stesso monarca, o lo stesso senato, facciano leggi tiranniche per eseguirle tirannicamente. Non vi è nemmeno libertà se il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo e dall’esecutivo. Se fosse unito al potere legislativo, il potere sulla vita e la libertà dei cittadini sarebbe arbitrario: infatti il giudice sarebbe legislatore. Se fosse unito al potere esecutivo, il giudice potrebbe avere la forza di un oppressore. Tutto sarebbe perduto se lo stesso uomo, o lo stesso corpo di maggiorenti, o di nobili, o di popolo, esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi, quello di eseguire le decisioni pubbliche, e quello di giudicare i delitti o le controversie dei privati” (“Lo Spirito delle Leggi”, Libro XI, Capitolo VI, Sulla costituzione dell’Inghilterra).

Avv. Giuseppe Brandi.

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