Riforma SI, riforma NO (Avv. G. Brandi)

sino

Il premier Matteo Renzi, il 20 gennaio u.s., nel suo intervento al Senato sul ddl di riforma costituzionale, dichiarava: “Noi non tocchiamo il sistema di pesi e contrappesi previsti dalla Costituzione, non si incide sul ruolo della Presidenza della Repubblica come definito dai padri costituenti. Questa riforma rende meno ingessato il sistema parlamentare”.

Alla luce di tale affermazione, è necessario ricordare che in democrazia la maggioranza e la minoranza devono naturalmente (recte: costituzionalmente) bilanciarsi; da qui la necessità di pesi e contrappesi costituzionali per impedire prevaricazioni della maggioranza.

In tale ottica vanno visti gli organi di garanzia: Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, CSM, Magistratura, o ancora i sistemi informativi come la Rai, etc., per la cui indipendenza sono sorte infinite dispute tra quanti affermano che la riforma costituzionale in oggetto, combinata con l’Italicum, potrebbe dare un potere assoluto al partito che ottenga anche solo il 20/25 per cento dei voti e vinca il ballottaggio, e quanti affermano che con questa riforma i contrappesi necessari a compensare eventuali abusi di potere continueranno ad esistere.

A giudizio degli oppositori della riforma voluta dal Governo Renzi (Disegno di Legge 12.04.16, pubblicato su G.U. 88 del 15.04.16), il partito vittorioso potrebbe eleggere da solo cinque giudici della Corte Costituzionale (tre nominati dalla Camera dei deputati e due nominati dal Senato della Repubblica), il Presidente della Repubblica e quindi, indirettamente, altri cinque giudici costituzionali laici, ovvero i cinque di nomina presidenziale.

Precisato che tale riforma prevede che il Presidente della Repubblica sia eletto a maggioranza dei 2/3 dei componenti della Camera e del Senato nelle prime tre votazioni, a maggioranza dei 3/5 dei componenti dalla quarta alla sesta votazione e, a partire dalla settima votazione in poi, a maggioranza dei 3/5 dei votanti, essi sostengono che dalla settima votazione in avanti il Presidente della Repubblica potrebbe essere eletto con i soli voti provenienti dalla lista vincitrice del premio di maggioranza attribuito dall’Italicum, e questo perché la maggioranza dei 3/5 richiesta dalla settima votazione non è più dei componenti, bensì dei soli votanti (dalla maggioranza assoluta alla maggioranza semplice).

Se, ad esempio, alla settima votazione i votanti fossero complessivamente 650, il Capo dello Stato potrebbe essere espressione della sola maggioranza parlamentare monolista perché potrebbe essere eletto con 390 voti (650:5×3= 390).

Più in particolare, la sola maggioranza bicamerale monolista potrebbe eleggere il Presidente della Repubblica senza neppure un voto delle opposizioni: sommando, infatti, i 340 deputati eletti grazie al premio di maggioranza attribuito dall’Italicum alla lista vincente, con i 51 senatori che potrebbero essere espressione politica della medesima lista maggioritaria della Camera, il risultato di 391 voti sarebbe sufficiente ad eleggerlo.

Verrebbero, quindi, a mancare i necessari contrappesi ai poteri del Governo e della maggioranza.

Per molti altri ancora, invece, tale analisi è sbagliata perché con la riforma in esame per eleggere il Presidente della Repubblica serviranno (alla settima votazione) tre quinti dei votanti, ossia, provando a semplificare, 438 voti provenienti da 630 deputati e 100 senatori (730:5×3=438).

Più precisamente, al partito che ha vinto il ballottaggio in virtù della nuova legge elettorale, cui andranno 340 deputati, serviranno per eleggere il Presidente della Repubblica almeno 98 voti di altrettanti senatori su 100 presenti, ed è difficilissimo che tale numero di senatori appartengano tutti al suo partito.

Non si potrebbe verificare, allora, l’elezione del Presidente della Repubblica con i soli voti provenienti da quella medesima maggioranza monolista assegnataria del premio di maggioranza.

Staremo a vedere!

La speranza è di non dover assistere, fino all’apertura delle urne referendarie (la data è ancora incerta), a squallidi dibattiti – ad usum populi – in cui gli “esperti”, anziché entrare nel merito delle molteplici questioni costituzionali toccate dalla riforma, si perdono in faziosi giudizi dettati dall’appartenenza a questa o quella corrente politica.

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