Riforma costituzionale e riparto di competenze Stato – Regioni (Avv. G. Brandi)

imagesFEK6I3KH   La riforma voluta dal Governo Renzi (Disegno di Legge 12.04.16, pubblicato su G.U. 88 del 15.04.16) prevede, tra l’altro, la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione, indotta dal fallimento del sistema disegnato dalla Legge Costituzionale 18.10.2001, n. 3, che, riservando una serie di materie alla legislazione concorrente Stato-Regioni, ha generato una miriade di dissidi incomponibili e, dunque, la proposizione di conflitti di competenza innanzi ai giudici della Corte Costituzionale (oltre 120 ricorsi all’anno), originati dal tentativo di ciascuno dei protagonisti (Stato e Regioni) di rivendicare a sé il maggior spazio possibile.

Con essa, infatti, viene rivisto il riparto di competenza legislativa e regolamentare tra Stato e Regioni, con l’eliminazione della competenza concorrente delle Regioni e la redistribuzione delle materie tra competenza esclusiva statale e competenza esclusiva regionale.

Con l’art. 117 Cost. modificato dal disegno di legge in discussione – in ragione di una crescente spinta centralistica del Governo che mira ad assumere alcune prerogative prima demandate alle Regioni – la competenza esclusiva dello Stato viene ampliata con l’introduzione di nuove materie rispetto a quelle previste dal vigente articolo 117, comma 2; inoltre, viene modificato quel meccanismo che affida allo Stato, in determinate materie, la definizione dei “principi fondamentali” e alle Regioni la competenza a decidere nel dettaglio: “Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato” (comma 3, ultima parte, art. 117 Cost., testo vigente).

Tale revisione, intervenendo sul secondo e terzo comma del richiamato articolo costituzionale, incide fortemente anche in materia di salute, nel tentativo di porre rimedio – con l’intervento livellatore (verso l’alto, si spera!) dello Stato – alla progressiva e inesorabile frammentazione dell’offerta sanitaria nel nostro Paese.

Il nuovo comma 2, infatti, che nel testo vigente alla lettera (m assegna alla competenza esclusiva dello Stato la sola “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”, sancisce a carico dello Stato, oltre la predetta determinazione dei Lea, anche la competenza esclusiva a determinare le disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare”.

Di conseguenza, lo Stato, oltre a conservare la titolarità esclusiva della determinazione dei Lea, dovrà disporre tutte le regole “generali e comuni” per assicurare la salute, tale da essere considerata l’insieme assistenziale socio-sanitario fruibile uniformemente dalla collettività nazionale.

Il comma 3, poi, assegna alle Regioni il compito di disciplinare con leggi e regolamenti, la “programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali”.

Orbene, dalla lettura comparata del comma 3, ultima parte, art. 117 Cost., testo vigente, e del comma 2, lettera m, art. 117, nuova versione, emerge che i “principi fondamentali”, in materia di tutela della salute, riconosciuti in capo allo Stato, verrebbero sostituiti dalle “disposizioni generali e comuni”, estesi alle politiche sociali.

Ma qual è la differenza tra i “principi fondamentali” e le “disposizioni generali e comuni”?

Ovvero, le Regioni nel legiferare sono più influenzate dai “principi fondamentali” previsti dal testo vigente, oppure subiranno maggiori influenze dalle “disposizioni generali e comuni” previste dal testo rinnovato?

Ebbene, detto che i “principi fondamentali” rappresentano i riferimenti teorici posti alla base della legislazione statale che costituiscono i margini normativi entro i quali le Regioni esercitano la potestà legislativa di dettaglio, mentre le “disposizioni generali e comuni” costituiscono una tipologia di norma munita di una ben individuata fattispecie nella quale viene definita il contenuto essenziale del diritto, non è facile prevedere in che misura lo Stato potrà influire con la determinazione delle norme generali e comuni sulla legislazione esclusiva regionale.

Certo è che tale novità non è di poco conto, tenuto anche presente che la nuova dizione “disposizioni generali e comuni”, in quanto priva di elaborazione giurisprudenziale della Corte costituzionale, darà luogo a un nuovo impegno definitorio da parte della Consulta su un aspetto molto importante del nuovo impianto di ripartizione della competenza legislativa tra Stato e Regioni, con il concreto rischio di non veder ridimensionato il contenzioso Stato-Regioni che, indipendentemente da tale intervento riformatore, dall’anno 2014 ha fatto registrare un rallentamento delle liti, con il 55 per cento di cause in meno negli ultimi due anni.

Molto dipenderà anche dalla dialettica tra Legislatore nazionale, Legislatore regionale e Giurisprudenza costituzionale.

Avv. Giuseppe Brandi.

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