La crisi dello stato sociale e il welfare aziendale (Avv. G. Brandi)

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Di fronte alla crisi economica che da troppo tempo attanaglia il nostro Paese, in campo sociale si rende inevitabile una riduzione delle prestazioni e dei servizi pubblici offerti dallo Stato ai cittadini (pensioni d’invalidità, vecchiaia e superstiti, assistenza sociale, assistenza sanitaria, pubblica istruzione, sostegno al reddito, indennità di disoccupazione, sussidi familiari, etc.).

A sostegno dei bisogni dei cittadini, allora, possono intervenire le aziende attuando delle politiche di welfare integrativo aziendale, ponendo in essere quelle attività dirette a migliorare la qualità della vita dei propri dipendenti, dei loro familiari e del territorio in cui operano, magari favorite dalla predisposizione da parte dello Stato di precise agevolazioni fiscali.

Deve essere chiaro che alle aziende conviene investire in politiche di welfare aziendale, perché queste comportano un effettivo miglioramento del clima aziendale, un incremento del livello di soddisfazione dei lavoratori e un conseguente miglioramento della produttività.

Inoltre, i margini di crescita dell’azienda aumentano con lo sviluppo culturale, civico ed economico del contesto di riferimento; perciò all’azienda conviene anche contribuire al progresso della comunità in cui opera, provando, per una maggiore efficienza, a rafforzare il confronto con lo Stato, le parti sociali e il Terzo settore.

In questo senso va letta la riforma del Terzo settore (Legge 6 giugno 2016, n. 106), quando nel riformare l’impresa sociale (art. 6) prevede la progettazione congiunta tra Pubblica Amministrazione e privato sociale, nonché la co-produzione di beni e servizi tra privato sociale, Pubblica Amministrazione e investitori privati, ovvero quando con l’art. 5 riorganizza l’attività di volontariato, di promozione sociale e di mutuo soccorso, ovvero, ancora, quando prevede la predisposizione di linee guida per la valutazione degli effetti delle attività svolte dagli enti del Terzo settore sulla comunità di riferimento (art. 7, comma 3).

Ma la portata innovativa della richiamata riforma merita un approfondimento a parte.

Facendo attenzione, allora, alle caratteristiche del territorio in cui si opera e alla qualità del capitale umano con cui le aziende devono confrontarsi, il welfare aziendale può realizzarsi concretamente conciliando lavoro e famiglia attraverso la flessibilità dell’orario di lavoro, gli asili e la cura dell’infanzia, la cultura, l’intrattenimento e lo sport per migliorare il benessere dei dipendenti e dei loro familiari, ma anche accessibili alla popolazione del territorio in cui opera l’azienda, il tutor maggiordomo per semplificare la vita ai dipendenti con lo svolgimento degli adempimenti che gli stessi dovrebbero compiere nel tempo libero.

Un’altra forma di welfare integrativo aziendale è certamente rappresentato dal sostegno economico alla famiglia, come i pacchi spesa contenenti generi alimentari, prodotti per la cura del corpo, etc., che possono essere acquistati dall’azienda in accordo, per esempio, con delle cooperative locali.

L’azienda, inoltre, ha la possibilità di rimborsare le spese di istruzione scolastica per i figli dei dipendenti, di sostenere economicamente i propri lavoratori per gli affitti, o anche prevedere forme di agevolazioni di mutui per l’acquisto della prima casa.

Tra le iniziative di assistenza alla salute la più importante è la creazione di casse mutua aziendali o interaziendali, a cui vengono iscritti i dipendenti e i loro familiari, che determinano migliori servizi, maggiore rapidità e costi di adesione minori.

Altre forme possono essere il rimborso delle spese sanitarie specialistiche, tutte le forme di assicurazione sanitarie, il medico in sede in giorni stabiliti, i soggiorni benessere, i progetti di miglioramento delle sedi di lavoro, i piani di prevenzione, le iniziative di natura assistenziale in favore dei familiari dei dipendenti e, in particolare, degli anziani.

Un fattore molto importante per lo sviluppo dell’azienda, poi, è quello della formazione che può articolarsi nella formazione permanente dei dipendenti perché siano sempre più qualificati, ma anche in corsi non strettamente legati al lavoro, nonché nel rimborso di spese scolastiche e universitarie, in corsi di inglese ed informatica e in molti altri servizi.

Il fattore più rappresentativo del welfare integrativo aziendale è quello del sostegno al lavoratore: in questa categoria rientrano i servizi accessori al benessere e al disbrigo delle incombenze personali e familiari come, ad esempio, i servizi di consulenza, fiscale, immobiliare, legale, etc., la spesa in sede, la mensa aziendale o i buoni pasto, uno sportello bancario e assicurativo in sede, uno sportello viaggi, etc.

La funzione più importante del welfare aziendale per impegno e sforzo organizzativo è certamente quella della previdenza, che normalmente prevede l’istituzione di un fondo complementare di previdenza riservato ai dipendenti con una contribuzione dell’azienda in una misura percentuale maggiore di quella del dipendente.

In alternativa, l’azienda può aderire a forme previdenziali di settore o regionali, oppure prevedere una copertura pensionistico-previdenziale aggiuntiva per i periodi di cura e assistenza dei figli o di familiari non autosufficienti.

E’ necessario, allora, unire gli sforzi verso un welfare che veda il contributo di Stato, parti sociali e Terzo settore al rinnovamento dei sistemi di assistenza.

La realizzazione di nuove politiche di welfare, infatti, giova sia alle aziende che, tra l’altro, possono incrementare la loro produttività, sia allo Stato che, oltre a contenere le spese sanitarie e di welfare pubblico, avrebbe ricadute positive sull’occupazione, anche attraverso il potenziamento delle strutture del Terzo settore.

In particolare, dall’attuazione di progetti di welfare integrativo aziendale, le imprese ne beneficiano in termini di motivazione e sviluppo del personale, di minore conflittualità e migliori relazioni industriali, di consenso e visibilità presso la comunità locale, di sviluppo di reti sul territorio in cui si opera, di valorizzazione di reputazione, etc.

Le organizzazioni del Terzo settore possono, invece, promuovere la propria mission in contesti differenti rispetto ai propri canali abituali, nonché possono rinvenire maggiori risorse anche economiche e acquisire competenze innovative per realizzare interventi sociali più efficaci.

La Comunità, infine, vede migliorare la propria qualità della vita, con l’incremento dei servizi sanitari ed educativi, lo sviluppo economico e culturale locale, e con la creazione di relazioni sociali stabili tra cittadini, imprese, territorio e ambiente.

Avv. Giuseppe Brandi.

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