Il welfare aziendale e la società civile “organizzata” come antidoto alla crisi del welfare pubblico

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Alla luce della recente approvazione da parte del Consiglio comunale partenopeo del bilancio previsionale pluriennale che ha determinato importanti tagli al welfare e dell’accesa polemica conseguitane, mi domando se non sia più utile considerare soluzioni alternative di sostegno ai servizi sociali, anziché avvilupparsi in sterili polemiche, sebbene a tali tagli sarà utile porre rimedio in sede di predisposizione del bilancio previsionale 2017.

Penso, allora, all’art. 1, co. 94 della L. 208/2015 (Legge di Stabilità 2016), con la quale il Governo Renzi e il Parlamento hanno dato impulso al welfare aziendale, ovvero hanno potenziato le agevolazioni fiscali per le aziende che pongono in essere iniziative volte ad incrementare il benessere del lavoratore e della sua famiglia (dall’istruzione alla ricreazione, dall’assistenza sanitaria a quella sociale, dalla cura dei figli all’assistenza degli anziani) e hanno reintrodotto la detassazione dei premi produttività e delle altre voci di salario legate agli incrementi di produttività.

Ora, grazie alla nuova normativa, che stimola la contrattazione collettiva decentrata, aziendale e territoriale, in tale direzione, ogni dipendente potrà scegliere di trasformare, in tutto in parte, il proprio premio di produttività in “premio sociale” spendibile, quindi, in servizi di welfare.

Tali previsioni sono di primaria importanza, tenuto anche conto che questa “nuova” cultura d’impresa sempre più sta dimostrando di saper favorire la competitività e la produttività delle aziende stesse.

Ma non solo.

E’ sempre più evidente, infatti, che l’impresa che si prende cura dei propri dipendenti e dei loro familiari, nonché del territorio in cui opera, si sostituisce in qualche misura all’opera “sociale” che prima era realizzata esclusivamente dallo Stato, ma che a causa delle continue depressioni economiche va contraendosi sempre più.

Il welfare aziendale che va oltre la mera copertura sanitaria di base o il fondo pensione, e che corrisponde servizi di rilevanza sociale come l’istruzione, anche in età prescolare, la frequenza di ludoteche, di centri estivi e invernali, gite didattiche, baby-sitting, borse di studio, servizi di assistenza destinati ai familiari anziani o comunque non autosufficienti, ma anche interventi di housing sociale per far fronte al disagio abitativo, mette in campo un sistema integrato di servizi territoriali che influiscono positivamente sul territorio in cui operano le singole aziende, potendo tali servizi essere fruiti anche dalle comunità territoriali di rifermento: ad esempio, nidi aziendali aperti a tutti e non solo ai figli dei dipendenti.

E’, quindi, interesse delle amministrazioni pubbliche formare e incentivare quella imprenditoria riottosa ad ogni forma di innovazione e che ancora ragiona in termini di vantaggi a breve termine, perché ad ogni azienda che si ritira dal mercato corrisponde un aggravamento per il welfare pubblico.

Ma per far ciò, occorre un salto di qualità dal punto di vista culturale, occorre che sempre un numero maggiore di imprese, in particolare quelle di più modeste dimensione (con meno di 10 dipendenti), talvolta sfornite di figure professionali qualificate, siano invogliate ad attuare buone pratiche di welfare aziendale, anche con azioni di reti territoriali e interaziendali e coinvolgendo il Terzo settore.

Una strada percorribile e auspicabile sarebbe quella dell’interazione sulla base di accordi volti a definire le priorità di intervento e di gestione, tra le amministrazioni pubbliche, il mondo delle imprese e le organizzazioni della società civile, ciascuno con le proprie risorse economiche ed umane.

Mai dire mai.

 

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