Il mio ultimo articolo sulle potenzialità della riformata Impresa Sociale

CORRIERE DELLA SERA

Sulla Gazzetta Ufficiale n. 141 del 18.06.16, è stata pubblicata la Legge 06.06.16, n. 106, “Delega al Governo per la riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del servizio civile universale”, (Matteo Renzi, Luigi Bobba, Poletti) finalizzata ad operare una riforma complessiva degli enti privati del Terzo Settore e delle attività dirette a finalità solidaristiche e di interesse generale. Tale riforma era attesa da tempo, perché l’attuale legislazione sul Terzo Settore è frutto di interventi legislativi che si sono succeduti disordinatamente nel corso del tempo, indipendenti l’uno dall’altro, che esigevano una revisione organica. Nell’attesa, allora, che il Governo adotti entro maggio-luglio 2017 (si spera!) i decreti legislativi che daranno attuazione a tale previsione normativa, va ricordato che tra i diversi soggetti del Terzo settore, l’impresa sociale si caratterizza per un maggiore orientamento al mercato, dato che svolge una normale attività imprenditoriale, opera nell’interesse generale avendo come mission lo sviluppo socio-ambientale del territorio in cui opera, e gestisce il profitto in modo tale da rendersi autosufficiente, limitando così il ricorso agli atti di liberalità e alle sempre più scarse sovvenzioni pubbliche. Purtroppo, fino ad oggi, tale tipo di impresa ha avuto difficoltà a svilupparsi pienamente: poche centinaia sono le organizzazioni private che hanno acquisito la qualifica di impresa sociale, e ciò anche per le esigue ragioni economiche di vantaggio che l’attuale disciplina dettata dal D.Lgs. 155/2006 (che continuerà a spiegare i suoi effetti fino all’adozione dei richiamati decreti attuativi), concedeva ai finanziatori che intendevano avvicinarsi a tale tipo di impresa. Per allontanarsi, allora, dalle logiche meramente assistenzialistiche e volontaristiche, era necessario introdurre nel tessuto giuridico dell’impresa sociale elementi che incoraggiassero lo sviluppo dell’imprenditoria sociale, favorendo un nuovo modo di fare impresa che tende a superare la distinzione tra interessi pubblici e interessi privati, indirizzandoli entrambi al raggiungimento di una condizione di benessere sociale più elevata e che può aiutare a trovare vie d’uscita alla crisi economica attuale, anche favorendo l’ingresso di nuovi capitali nel Terzo settore. Penso, a tal proposito, alle previsioni contenute nell’articolo 9, lettera f), numeri 1 e 2 della Legge in esame, concernenti la possibilità per le imprese sociali di accedere a forme di raccolta di capitali di rischio tramite portali telematici, in analogia a quanto previsto per le start-up innovative, ovvero le agevolazioni volte a favorire gli investimenti di capitale, o ancora il fondo rotativo per il finanziamento degli investimenti a condizioni agevolate, nonché all’introduzione di meccanismi volti alla diffusione dei titoli di solidarietà e di altre forme di finanza sociale finalizzate a obiettivi di solidarietà sociale previsti dalla successiva lettera h e all’assegnazione di immobili pubblici non utilizzati o sottratti alla criminalità organizzata (lettera i). Appare, pertanto, anacronistico e poco rispondente alle esigenze sociali ed economiche attuali l’ostruzionismo opposto al rinnovamento dell’impresa sociale da quanti, durante il percorso parlamentare della richiamata riforma del Terzo settore, scorgevano nella facoltà concessa all’impresa sociale di distribuire (limitatamente) i propri utili, il potenziale rischio di concorrenza sleale nei confronti delle imprese tradizionali, non ravvisando quindi la portata innovativa di tale riforma, anche nella parte in cui concede alle imprese sociali la possibilità di remunerare il capitale e di distribuire parte degli utili, incentivando in tal modo gli investitori a puntare su tale tipo di società. Avv. Giuseppe Brandi.

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